la rocca

 

Costituisce il punto focale, elevato rispetto al percorso del Borgo. E' la dimora signorile fortificata, con stanze sontuose ricche di mobili, suppellettili, tessuti, a mostrare gli usi di vita del Quattrocento. Le corazze, le armi, i passatempi lasciati nel camerone degli uomini d'arme, la sala da pranzo, la cucina, offrono una idea davvero "palpitante e parlante" di un castello sabaudo del XV secolo. Oltrepassata la sala del trono, ove sfilano i Prodi e le Eroine, la camera da letto colpisce per il grande baldacchino dalle cortine ricamate; la cappella chiude il percorso.

 


Sala da pranzo

 

Si entra nella sala da pranzo, l’ambiente più sfarzoso del castello, attraverso una bussola lignea che protegge dal freddo esterno. Sull’alzata delle credenze intagliate vasellame pregiato, piatti sbalzati, acquamanili figurati mostrano la ricchezza del signore ai suoi ospiti. Il soffitto a cassettoni ha formelle dipinte con busti di gentiluomini e donne, animali, frutti, drôleries. In alto corre un fregio con conigli bianchi e fiori, interrotto dal ritratto di re Arduino. Queste decorazioni furono copiate da un salone del castello di Strambino (Ivrea), oggi in rovina. I tavoli sono a cavalletti, per essere facilmente smontati e trasportati; le tovaglie sono in lino bianco a decorazioni azzurre. Le stoviglie lasciate dai commensali non sono numerose, poiché è d’uso nel medioevo servirsi da vassoi di vivande già tagliate utilizzando gli stessi piatti in più di un commensale. Al fondo della sala sono i musici che allietano i conviti al castello, alloggiati su un palco. Questo è mascherato da un finto arazzo con scena di torneo disegnata da Federico Pastoris ispirandosi alle miniature del romanzo di Roy Modus, un manoscritto del XIV secolo appartenuto ai duchi di Savoia. Il telo fu dipinto nel 1884 da Alessandro Vacca.

 

Dente di Narvalo

 

Franco Ferrero

1996

Resina verniciata

cm 195x5.5

inventario A511

 

Il dente di narvalo riproduce l’esemplare conservato presso il Museo Regionale di Scienze naturali di Torino e sostituisce quello originale esposto nel 1884. Nel medioevo, il dente del narvalo, cetaceo di colore giallognolo a macchie scure, era identificato con il corno del liocorno, animale fantasioso dal corpo di cavallo con un lunga protuberanza acuminata sulla fronte. A tale corno, di altissimo pregio, si attribuiva la virtù di antidoto contro i veleni e le malattie e veniva dunque collocato nelle sale da pranzo dei signori.


Acquamanile a forma di leone

 

Ditta Bertino & Occelli

1884

Ottone cm 30x10x29

inventario C204

 

L’acquamanile è una sorta di brocca utilizzata nel medioevo per versare l’acqua per lavare le mani. Il manufatto nella sala da pranzo riproduce un esemplare della prima metà del XIII secolo di manifattura della Bassa Sassonia, conservato al Museo Civico d’Arte Antica di Torino: ha forma di leone, con muso canino e ansa di impugnatura con testa di lupo e coda a trifoglio. Manufatti di questo tipo, raffiguranti forme umane o animali, furono prodotti tra XII e XIV secolo principalmente in un’area compresa tra le Fiandre orientali (Dinant) e la Germania del Nord. Particolarmente eleganti e pregiati, erano spesso esposti sulle credenze con scopo decorativo.

Piatto con leone

 

Ditta G.L. Fratelli Chiotti

1884

Ceramica ingobbiata, graffita, dipinta a ramina e ferraccia, invetriata Diametro cm 24

inventario C011

 

Il piatto riproduce un bacino murato sul lato ovest del campanile di San Giovanni di Avigliana (Torino), della seconda metà del XIV secolo. Presenta nel cavetto un leone posto di profilo preceduto da un piccolo albero e, sulla tesa, un doppio bordo a zig-zag. Sensibile è l’ispirazione orientale: confronti iconografici calzanti si riscontrano nelle ceramiche sicule, come in un piatto tunisino di San Zeno di Pisa, dell’inizio dell’XI secolo. Quello di murare a scopo decorativo bacini ceramici sui campanili delle chiese fu uso diffuso in molte regioni italiane tra XI e XIV secolo. Il corpus dei bacini della chiesa di San Giovanni, insieme a quelli della chiesa di Santa Maria di Avigliana e della precettoria di Sant’Antonio di Ranverso a Buttigliera Alta (Torino), costituirono il principale modello per la realizzazione del vasellame esposto nella Rocca nel 1884. Le copie dei catini aviglianesi furono eseguite dai fratelli Giuseppe e Luigi Chiotti, titolari a Torino di una ditta specializzata nel commercio e nella decorazione di ceramiche e cristalli.

 


Bracci reggicandela

 

1884

Ferro battuto e verniciato

cm 70x70x1.3

inventario C269

 

Il braccio, fatto a mensola, è ornato di un raffinato gioco di archetti con terminazioni a giglio; la candela è infissa su un puntone in ferro al centro del piattello, dal profilo ritagliato a trifogli. La sala è illuminata da quattro di questi bracci, infissi sulle pareti longitudinali, alla cui luce si aggiunge, durante i banchetti, quella di numerosi candelieri sparsi sui tavoli.

Navicella portaposate

 

Giuseppe Brisighelli

1884

Rame sbalzato, cesellato, argentato, dorato e smaltato

cm 78x65x23.5

inventario C215

 

Accessorio della tavola del signore, contiene chiuse a chiave le posate, il bicchiere e quanto è di suo uso esclusivo, per evitare il rischio di avvelenamento. Protezione, ma anche ornamento, è in metallo prezioso, talvolta arricchita con gemme e raffinata nei dettagli di sbalzo e cesello. La navicella nella Rocca fu eseguita su disegno dell’incisore Alberto Maso Gilli: raffigura un’imbarcazione dei Savoia, col loro vessillo sull’albero maestro e gli stemmi delle famiglie alleate pendenti sui fianchi.


Tavolo

 

1884

Legno intagliato e verniciato

cm 250x81.5x3.5

inventario C400

 

L’uso dei signori medievali di spostare con frequenza la propria residenza porta a preferire arredi di scarso ingombro e facilmente trasportabili. I tavoli sono spesso costituiti da semplici assi su cavalletti e la ricerca di raffinatezza si concentra nella decorazione del fronte del cavalletto, in questo caso a vela triangolare intagliata a rosoni traforati.

Candelabro a tre bracci

 

Luigi Brun

1884

Ferro battuto cm 32x17.5

inventario C253

 

Il candelabro da tavolo ha struttura complessa ed ornata, con motivi a giglio a decorare i bracci reggicandela. Questi possono alzarsi o abbassarsi girando sul fusto a vite, che termina a forma di fiamma.


Credenza

 

Luigi Bosco

1883

Legno intagliato e verniciato

cm 295x177x61

inventario C370

 

Credenza a due sportelli, con gradino e spalliera a baldacchino, intagliata con intrecci di archi di gusto gotico. La credenza è mobile di apparato nel castello tardo medievale, utile per contenere gli oggetti per la tavola e soprattutto per esporre i più preziosi appoggiati al dossale. Gli sportelli sono chiusi da serrature a chiavistello con placche metalliche decorative, traforate su fondo in panno rosso.



 

 

Sala Baronale

 

La sala, imponente, è il luogo dove il signore riceve ambasciatori e cavalieri ed esercita la giustizia e il comando. Riproduce il salone del castello della Manta dei signori di Saluzzo (Cuneo): loro è il motto “Leit” ripetuto sullo zoccolo dipinto e nei cartigli del soffitto. Sulla parete destra sono raffigurati Eroi ed Eroine dell’antichità, a guidare con il proprio esempio l’operato del signore; di fronte, una leggenda diffusa nella cultura cortese, quella della Fontana della giovinezza.

 

Fontana della Giovinezza

 

Francesco Chiapasco

1950-51

Dipinto su tela

 

La fontana della giovinezza è la fonte miracolosa che restituisce la gioventù agli anziani che vi si immergono. La scena dipinta racconta l’arrivo dei vecchi di ogni ceto sociale (i re e i loro cortigiani, trainati dai cavalli su un carro coperto, e i più umili a dorso di mulo o spinti su un carretto a mano), ansiosi di bagnarsi nella fontana. Nella vasca avviene il prodigio: le coppie ringiovanite si abbracciano, per poi uscire e rivestirsi degli abiti alla moda e ricominciare a godere dei piaceri della vita. Il dipinto riproduce l’affresco del salone del castello della Manta, eseguito intorno al 1420 dallo stesso maestro della serie degli Eroi ed Eroine. Autore della copia per la Rocca del Borgo Medievale fu, nel 1884, Alessandro Vacca, artista torinese formatosi all’Accademia Albertina. La tela, distrutta con l’intera sala durante il bombardamento del luglio 1943, fu sostituita da quella attualmente esposta nel 1950-51: Francesco Chiapasco si recò nell’estate del 1950 al Castello della Manta per eseguire il rilievo degli affreschi e poterne così dipingere una copia del tutto esatta.

Prodi ed eroine

 

Francesco Chiapasco

1950

Tempera su tela

 

Le figure a grandezza naturale rappresentano Prodi ed Eroine dell’antichità, personaggi eroici illustri per la loro virtù. Sono nove figure maschili e nove femminili: Ettore, Alessandro Magno e Giulio Cesare (di religione pagana), Giosuè, Davide e Giuda Maccabeo (di fede ebraica), Artù, Carlo Magno e Goffredo di Buglione (cristiani); le regine Delfile, Sinope, Ippolita, Semiramide di Babilonia, Etiope, Lampeto, Tamari, Teuca e Pentesilea. Il tema dei nove prodi si sviluppò nella letteratura cortese e cavalleresca nel XIV secolo; tra XIV e XV si aggiunsero le eroine. Le figure riproducono le serie di Prodi ed Eroine dipinte nel salone del Castello della Manta da un artista ancora sconosciuto (che da loro prende il nome di “Maestro della Manta”) per volere del marchese Valerano, intorno al 1420: essi illustrano i personaggi cantati nel poema Le Chevalier Errant, composto nel 1396 da Tommaso III di Saluzzo, padre di Valerano. Le tele della Rocca medievale furono dipinte nel 1884 da Alessandro Vacca. Distrutte da un bombardamento del 1943, furono sostituite nel 1950 con copie uguali eseguite dal professor Chiapasco.

Cuscino

 

Clotilde Cacherano d'Osasco

1884

Tela ricamata con filo di lana, interno in pelle scamosciata imbottito con piuma d’oca

cm 62x62

Inventario C051

 

Il cuscino ha forma adatta ai sedili con braccioli, con lati concavi e angoli accentuati a formare orecchie sporgenti. Il motivo decorativo, con quattro leoni stilizzati disposti intorno a un vaso, deriva da una tovaglietta ricamata ad ago su buratto di proprietà del pittore e collezionista Vittorio Avondo, poi acquisita dal Museo Civico d’Arte Antica di Torino. Sul retro del cuscino, in un angolo, è ricamato in caratteri corsivi il nome di Clotilde d’Osasco, una delle nobildonne che parteciparono all’allestimento della rocca ricamando numerosi cuscini.



Camera da letto

 

Assai ampia, la camera da letto è un ambiente privato, luogo di soggiorno per la castellana che vi si intrattiene con le proprie dame a leggere o ricamare. Riproduce, nel soffitto dipinto con rosoni, nell’ampio camino, nella decorazione plastica delle porte abbinate – che conducono all’oratorio e alla stanza della damigella-, la stanza detta del Re di Francia del castello di Issogne. Ha pareti rivestite di tappezzeria in seta col motto sabaudo e numerosi arredi: due cassoni intagliati per contenere gli abiti e una credenza per gli oggetti d’uso quotidiano, un tavolo rotondo e vari sedili. Sulla parete esterna si apre la porta per la latrina, mascherata dalla tappezzeria, come si trova in una stanza signorile del castello di Verres. La stanza costruita nel 1884 andò interamente distrutta dai bombardamenti e fu riallestita entro i primi anni Cinquanta: si salvarono soltanto gli arredi tessili precedentemente ritirati e depositati a Palazzo Madama.

 

Tappezzeria

 

Manifattura Guglielmo Ghidini

1884

Damasco di seta broccato con filo metallico

cm 298x54

inventario C077

 

Eseguito dalla manifattura torinese di Guglielmo Ghidini su disegno di Federico Pastoris, il tessuto è ripartito in losanghe, disegnate da un cordone annodato. Le maglie romboidali presentano alternativamente al loro interno i simboli sabaudi: il motto fert e la croce dalle estremità trilobate. Nel 1928, in cattive condizioni, fu parzialmente sostituita per opera della stessa ditta Ghidini, che ne aveva conservato i cartoni jacquard preparati nel 1884.

Cassone

 

Carlo Arboletti

1949

Legno intagliato, ferro battuto

cm 79x159x61

inventario C387

 

Presenta sui lati e sul fronte pannelli intagliati con motivi di archi e rosette goticheggianti; in una delle specchiature frontali porta lo stemma degli Challant. Riproduce un cassone dell’ultimo decennio del XV secolo di proprietà, nel 1884, di Vittorio Avondo, che ne fece lascito nel 1911 al Museo Civico d’Arte Antica. L’oggetto proveniva da Sant’Orso di Aosta, molti dei cui arredi lignei furono commissionati da Giorgio di Challant, priore della Collegiata dal 1468 al 1509. I cassoni e le cassepanche sono arredi largamente impiegati nelle residenze medievali, in quanto mobili polifunzionali, utili anche per il trasporto e il trasferimento del loro contenuto. Nel Quattrocento ancora sostituiscono gli armadi, ospitando anche abiti e accessori di abbigliamento.

Letto a baldacchino

 

Struttura lignea: Carlo Arboletti

1949-54

Legno intagliato e incerato

cm 306 x 205 x 236

Inv. C420

 

Cortine: Istituto delle Rosine, Torino

1884

Velluto tagliato unito di seta, tela di lino ricamata, taffetas

cm 225 x 145

Inv. C085

 

Coperta: Fratelli Sandrone, Torino

1883

Velluto tagliato unito di seta, applicazione a ricamo in filo di seta e filo argentato e dorato, rasatello di cotone

cm 260 x 283

Inventario C045

 

Il letto a baldacchino, che costituisce a cortine chiuse una piccola camera capace di trattenere il calore, è arredo caratteristico dei castelli, specie di quelli montani. La struttura lignea è intagliata con motivi decorativi ispirati agli stalli del coro di Staffarda, dell’inizio del XVI secolo, conservati al Museo Civico d’Arte Antica di Torino. Poggia su una pedana lignea a sportelli apribili dove si conservava la biancheria. Dotato di materassi, lenzuola e cuscini in tela di lino secondo l’uso tardo medievale, il letto è coperto da una ricca coltre recante lo stemma di Amedeo IX di Savoia ricamato a rilievo. Intorno, le pesanti cortine sono decorate da liste di lino ricamate in seta rossa con disegno di rami popolati di esseri reali e fantastici, su modello tratto dalla tunica di Belmonte, della fine del XIV secolo, anch’essa conservata al Museo Civico. Nel 2007, i manufatti tessili sono stati restaurati e riportati su un nuovo velluto di seta, simile all’originale individuato da un frammento rinvenuto sotto allo stemma.

Lavamani

 

Prospero Castello

1884

Ferro battuto e verniciato

cm 188x74

inventario C212-213-214

 

Composto di treppiede, bacile e vaso mesciacqua sospeso, ha disegno elaborato, ornato di foglie, viticci e grappoli d’uva. Il lavamani è arredo diffuso nei castelli medievali, comodo per la toeletta quotidiana. L’autore, il torinese Prospero Castello, fu titolare dal 1882 di una ditta specializzata nella lavorazione artistica del ferro battuto. Fu premiato alle Esposizioni Nazionali di Torino, nel 1884 e nel 1911, di Palermo nel 1891, e in quella internazionale di Parigi, nel 1889.



 

 

Oratorio

 

Ha pareti in pietra ornate di velari in seta ed è coperto da una volta a crociera con mensole figurate, copiate dal coro di San Giovanni di Saluzzo. La piccola stanza è dedicata alla preghiera dei signori, che vi si ritirano in raccoglimento per le proprie orazioni, accompagnati solo da una dama o un gentiluomo di camera. Davanti all’immagine sacra è posto un inginocchiatoio scolpito a pergamena, sull’altarolo poggia un libro d’ore.

 

Velario

 

Agata La Spina

2010

Taffetas stampato in serigrafia manuale, frangia di seta

21 teli cm 180 x 66

inventario A76

 

Le pareti dell’oratorio sono coperte da un tendaggio (velario) in seta, annodato con lacci a una bacchetta in ferro sospesa all’altezza di due metri. La decorazione stampata in rosso e verde riproduce il disegno della veste della regina Semiramide, raffigurata nel ciclo degli Eroi e delle Eroine dipinto nella sala baronale e copiato dal Castello della Manta. L’uso di apporre velari alle pareti delle stanze, e in specie dei luoghi dedicati alla preghiera, è ampiamente documentato nel medioevo da immagini (miniature, dipinti) e inventari. Talvolta, erano imitati con la sola pittura sulla parete, drappeggiati e mossi a fingere il tessuto. Il museo ha ritirato nel 2010 in deposito, per ragioni di buona conservazione, i velari più antichi, eseguendone contemporaneamente le copie oggi esposte.

Libro d'ore

 

Bottega Fagnola

Torino, 2010

Stampa fotografica su carta, legatura in pelle impressa a caldo

cm 22 x 15

inventario A766

 

E’ un manuale di preghiera per laici, composto di testi liturgici, brani evangelici, orazioni. La dizione “libro d’ore” deriva dalla pratica medievale di leggere determinate preghiere o devozioni a diverse ore del giorno. Destinati a committenti di alto rango, i libri d’ore sono ornati di miniature figurate, anche a tutta pagina, e di fantasiose miniature decorative al bordo dei testi. Ogni volume raccoglie testi diversi. Il cuore è costituito dalle “Ore della Vergine”, una serie di preghiere e di salmi devozionali da leggere in onore della Madonna alle ore canoniche. Un calendario con l’indicazione dei Santi e quattro brevi letture evangeliche iniziano solitamente il volume, seguiti da una o due preghiere alla Vergine (Obsecro te e O intemerata). Dopo le Ore della Vergine, vengono le Ore della Croce e le Ore dello Spirito Santo, brevi, costituite da un inno, un’antifona e una preghiera. Infine, i Salmi penitenziali con le Litanie e l’Ufficio dei morti. Il manufatto nell’oratorio riproduce il Libro d’ore Deloche, manoscritto in pergamena del 1465 figurato dal Miniatore del Principe di Piemonte e da suoi collaboratori, di proprietà di Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica di Torino.

Dittico

 

Rodolfo Morgari, Pietro Rosso

1883

Tempera su tavola, legno di noce intagliato e dorato

cm 90x147x8

inventario C422

 

L’immagine sacra sospesa sopra all’altarolo raffigura l’Annunciazione. Fu dipinta da Rodolfo Morgari, artista formatosi all’Accademia Albertina di Torino. Dal 1858 fu “pittore e restauratore dei Reali Palazzi” ed eseguì la decorazione di varie chiese, tra cui S. Teresa a Torino, la parrocchiale di S. Maurizio Canavese e S. Sebastiano di Biella. Le figure della Vergine e dell’Angelo sono disposte entro le valve di un dittico dalla cornice intagliata e dorata dall’ebanista Pietro Rosso.



Cappella

 

Nella cappella assistono alle celebrazioni tutti gli abitanti del castello: i signori vicino all’altare, i servi al fondo della stanza, separati da una cancellata lignea, come nella cappella del castello di Issogne. Nel presbiterio, il sacerdote celebra rivolto verso l’altare, guardando all’immagine sacra e leggendo il testo liturgico in latino sul messale miniato. Le pareti e la volta della cappella sono affrescate: ai lati l’Annunciazione e la Salita di Cristo al Calvario, nella volta i quattro Evangelisti, tutti riprodotti da uno dei principali monumenti del Quattrocento piemontese, la precettoria di S. Antonio di Ranverso. Sul presbiterio, la volta a crociera è dipinta come un cielo stellato, con voluminosi costoloni dorati e dipinti e chiave di volta con lo stemma dei conti di Challant. A destra, la porta della sacrestia e il lavabo murato hanno cornici architettoniche in stile gotico, calcate da quelle in pietra esistenti nella chiesa di S. Giovanni di Saluzzo, come anche il ciborio sulla parete opposta. Nella stessa chiesa fu copiato il pavimento a piastrelline quadrate bianche, verdi e azzurre, studiato da Alfredo D’Andrade anche nella cappella marchionale del castello di Revello.

 

Cuscino reggimessale

 

Clementina e Maria Broglia

1884

Panno di lana verde ricamato con filo di seta e filo dorato; raso di seta, pelle scamosciata, piuma d’oca

cm 54x58

inventario C055

 

Il cuscino, appoggiato sull’altare, ha funzione di reggere il messale durante la celebrazione. Reca ricamate in rilievo, in caratteri gotici, le lettere IHS, trigramma del nome di Gesù. Fu ricamato dalle contesse Clementina e Maria Broglia che, con altre gentildonne torinesi, collaborarono all’allestimento della rocca ricamando cuscini e tovaglie. Il modello è tratto da uno dei primi repertori di disegni tessili antichi, pubblicato nel 1877 da Dupont Auberville: Art industriel. L'ornement des tissus: recueil historique et pratique.


Salita di Cristo al Calvario

 

Giuseppe Rollini

1884

Affresco con finiture a tempera

 

La scena della Salita di Cristo al Calvario, con Simone di Cirene che aiuta Gesù a trasportare la croce, riproduce una delle lunette dipinte da Giacomo Jaquerio nella sagrestia di S. Antonio di Ranverso, in anni prossimi al 1420. Si tratta di una delle pagine più importanti del gotico internazionale in Italia settentrionale, in cui la forte espressività delle figure e la loro sensibilità umana rappresentano il punto di avvio di una tradizione piemontese che giungerà al pieno Rinascimento con Giovanni Martino Spanzotti e con gli accenti patetici del Sacro Monte di Varallo coordinato da Gaudenzio Ferrari.


Icona

 

Bernardo Gagliardi

1934

Legno intagliato

cm 130x202x5.5

inventario C425

 

Copia di un paliotto ligneo intagliato, dorato e dipinto con le Storie di Maria Maddalena del Museo Civico d’Arte Antica di Torino. Il manufatto originale, attribuito a uno scultore aostano della fine del XIII secolo conosciuto come Maestro di Villeneuve, fu nel 1927 esposto sull’altare della cappella nella rocca; quando, nel 1934, rientrò al Museo Civico nella nuova sede di Palazzo Madama, ne venne commissionata la copia allo scultore Bernardo Gagliardi. Nel 1884, per il periodo dell’Esposizione, al suo posto era esposto un trittico in legno intagliato raffigurante la Storia della Vergine e di San Giuseppe, opera fiamminga dei primi decenni del XVI secolo di proprietà della famiglia Pensa di Marsaglia, ora al Museo Civico di Bruxelles.

Candelabro per il cero pasquale

 

Albino Pichetto

1884

Ferro battuto e verniciato

cm 195x51x51

inventario C258

 

La benedizione del cero pasquale è il momento culminante del Sabato Santo. E’ accompagnata dal canto dell’Exultet, un atto di lode e ringraziamento a Cristo con cui si annuncia il mistero della Redenzione. Il cero, di grandi dimensioni, simboleggia l’offerta di grazie; viene collocato acceso su un candelabro imponente dall’accentuato sviluppo in altezza che simboleggia la “colonna di fuoco” che guidò il popolo d’Israele nel deserto d’Egitto.


I quattro evangelisti

 

Giuseppe Rollini

1884

Affresco con integrazioni a secco

 

Sulla volta sono rappresentati i Quattro Evangelisti, seduti in cattedra intenti nella scrittura dei Vangeli. Sono riconoscibili grazie ai loro attributi: San Giovanni, con l’aquila, San Luca con il bue, San Marco con il leone alato e San Matteo, con l’angelo. Riproducono gli Evangelisti dipinti sulla volta della sacrestia di Sant’Antonio di Ranverso da Giacomo Jaquerio, intorno al 1420. Il modello riprodotto al Borgo fu un riferimento importante per tutto il Quattrocento piemontese: lo stesso schema iconografico si trova infatti nella cappella di San Biagio in San Pietro di Pianezza, ripreso da un maestro di cultura jaqueriana, e ancora molto più avanti (1482) nel ciclo dipinto da Giovanni Canavesio nella chiesa di Pigna (Imperia). La stessa iconografia rilevata a Ranverso fu riproposta da Giuseppe Rollini nel 1887 sulla volta del presbiterio del Duomo di Pinerolo. Qui i due pittori del Borgo Medievale, Rollini e Vacca, attinsero ampiamente al repertorio d’immagini rilevato nel 1883-84 sotto la guida di Federico Pastoris, riproducendo vari soggetti presenti in Rocca e componendone di nuovi, in una vera “reinvenzione” neogotica.


Altare

 

Luigi Gasperini

1884

Legno intagliato, dipinto, dorato

cm 120x219x113

inventario C424

 

La mensa d’altare riproduce quella della cappella del castello di Issogne, bell’esempio di intaglio tardogotico del XV secolo. Il fronte è ripartito in pannelli scolpiti con motivi decorativi in rilievo sul fondo dipinto di rosso e di azzurro. Sulla tovaglia di altare in lino poggiano il messale, sorretto da un cuscino quale leggìo, e due candelabri metallici.

Turibolo

 

Ditta Stocchero&Rocci

1884

Bronzo traforato, sbalzato, cesellato e dorato; ferro

cm 28x15x8x96 Iscrizione: Stocchero & Rocci/Torino/1884, inciso sotto alla base

inventario C279

 

Il turibolo è un vaso utilizzato nelle funzioni religiose per esalare il fumo dell’incenso. Si compone di una coppa, contenente le braci ardenti su cui poggiano i grani d’incenso, e di un coperchio traforato per la dispersione del fumo e l’attivazione della combustione. Nel XIV e XV secolo il turibolo, sospeso a quattro lunghe catenelle per farlo oscillare, assume l’aspetto di una costruzione architettonica elaborata, con torri, guglie e pinnacoli.


Vetrata

 

1950 circa

Vetro dipinto con legature a piombo

cm 206.5x82x6.5

inventario C614

 

La vetrata sovrappone le copie fedeli di due originali del 1503 conservati dal 1867 al Museo Civico di Torino. Questi raffigurano La fuga in Egitto e Gesù tra i dottori e provengono dalla cappella del castello di Issogne; i cartoni preparatori sono attribuiti al ginevrino Pietro Vaser. I soggetti sono parte integrante del programma iconografico con le Storie della Vergine e dell'infanzia di Cristo, che si dispiega sui muri e nel polittico dell'altare della cappella valdostana. L'intero allestimento dell’ambiente si deve a Giorgio di Challant, abate della collegiata di Sant'Orso di Aosta e feudatario del castello, di cui la vetrata reca lo stemma. Nel 1884 fu Pietro Guglielmi autore delle copie eseguite per la cappella della Rocca, come anche dei vetri dipinti della sala baronale e della camera da letto, tutti andati distrutti dai bombardamenti del 1943.


Ciborio

 

1884

Stucco dipinto

 

Il ciborio è la struttura a baldacchino, collocata sull’altare o nei suoi pressi, ove viene riposta l’eucarestia. Sorretto da due angeli, questo ha forma architettonica, con l’anta lignea incorniciata da una doppia arcata traforata poggiante su pilastri gotici. Riproduce il ciborio in pietra verde della cappella marchionale in S. Giovanni di Saluzzo, eccezionale complesso decorativo della fine del XV secolo – inizio del XVI che chiude la stagione del gotico internazionale in Piemonte.



Stanza della damigella

 

Ospita la dama di camera, amica e aiuto della signora nella sua vita nel castello. L’ambiente è di dimensioni contenute, ben arredato e ornato. Le pareti sono dipinte a losanghe con le iniziali del re Arduino, secondo un modello copiato al castello di Strambino. Gli abiti sono riposti in un cassone al fondo del letto, come nell’uso delle corti itineranti; su uno stipo intagliato poggiano gli strumenti per filare il lino e la canapa: il fuso, la conocchia, un filatoio. Alla luce della finestra e presso il calore del grande camino è collocato il lavamani, per la toeletta quotidiana. Come la camera baronale, la stanza ha un servizio igienico privato: uno stanzino aggettante sul fossato del castello, con sedile forato.

 

Cassone

1907

Legno intagliato, cuoio impresso e dorato, tessuto operato cm 56x97x41

inventario C383

 

Fronte e fianchi sono decorati da scene di vita cortese in giardino: uomini e donne vestiti con eleganza conversano intorno a una fontana monumentale. All’interno del coperchio si legge la frase Lacci ch'amor avvince nulla snoda. Il tema amoroso rimanda a una destinazione femminile del cassone, forse nuziale: contiene il corredo della damigella e i suoi abiti. Sotto al coperchio è inciso il nome Joanus Vacchetta con la data anno domini 1907. Giovanni Vacchetta fu professore di Ornato al Museo Industriale di Torino e direttore della Museo Civico d’Arte Antica dal 1913 al 1920.


Cucina

 

La cucina del castello provvede i pasti per un gran numero di persone: i signori e i loro invitati, ma anche i soldati e la servitù. Assai ampia, è divisa in due parti: la prima, dove si cucina per i servi, funge da dispensa, con l’appiccatoio per la selvaggina, i barili di carne salata, le forme di formaggio, la stia per il pollame. Nella seconda, separata da una cancellata lignea, si cucina per i signori, con grandi spiedi nei camini, vasellami raffinati, spezie e alimenti rari. Tra le due aree si trova un pozzo, dove attingere direttamente l’acqua per lavare e cucinare e per servizio di tutto il castello. L’ambiente, coperto da alte volte a crociera, è copiato dalle cucine quattrocentesche del castello di Issogne, dei signori di Challant.

 

Lavamani

 

Eusebio Gilli

1884

Rame battuto e sbalzato, ferro battuto e verniciato, ottone dorato

cm 160x52x60

inventario C209, C210, C211

 

L’uso dei lavamani era comune nelle dimore medievali, in cui mancava l’acqua corrente. Nelle versioni più semplici, erano costituiti da bacino e brocca. In questo manufatto, particolarmente ricercato, l’acqua è contenuta in un vaso a forma di castello, con torrette angolari e camminamenti di guardia. I tetti conici delle torri sono apribili, per poter riempire il contenitore; l’acqua esce da un rubinetto davanti al portale, azionato da un’impugnatura dorata a forma di armato. Il bacile in rame per raccogliere l’acqua poggia su un treppiede in ferro battuto. Il manufatto riproduce un originale del XV secolo, conservato presso casa Cavassa a Saluzzo (Cuneo).

Coppia di alari

 

Carlo Bruno

1884

Ferro battuto e verniciato

cm 100x36x73

inventario C160-C161

 

Gli alari servono a sostenere i ceppi di legna collocati nel camino; utilizzati a coppie, sono dotati sulla parte alta del fusto di un anello per poterli agganciare e spostare anche quando sono arroventati dal fuoco. Gli alari da cucina, non ornati come quelli destinati agli ambienti dei signori, sono invece dotati di ganci sul fusto, per appendere gli utensili – mestoli, cucchiai, molle per il fuoco -, appoggiare gli spiedi o aste su cui stendere ad asciugare panni e indumenti.

Paiolo

 

1884

Rame, ottone, ferro battuto

cm 38x74

Inventario C183

 

Il grande paiolo serve alla cottura del vitto per i numerosi servitori e soldati del castello. E’ appeso ad una struttura di legno che, girando su cardini, permette di allontanarlo dal fuoco e di regolarne l’altezza sul focolare.

 

 



 

 

Camerone degli uomini d'arme

 

È il luogo di soggiorno dei soldati di guardia. L’ambiente, copiato dal castello di Verres, è un lungo stanzone coperto da una volta a botte, dal pavimento in battuto, riscaldato da due grandi camini alle estremità. I giacigli dei soldati, semplici assiti con paglia e coperte rustiche, sono su un lato, sull’altro tavoloni e rozze panche dove gli armati mangiano, giocano, puliscono le armi. Le armature, gli elmi, i tamburi e le varie armi, dalle spade, ai falcioni, alle balestre, sono appoggiati a rastrelliere di legno.

 

Parte di armatura

 

Regia Fonderia di Torino

1883

Acciaio, cuoio, ottone

cm81x50x31 inventario C340

 

L’armatura fu realizzata dalla Regia Fonderia di Torino su disegno del pittore Alberto Maso Gilli, membro della commissione preposta alla realizzazione della rocca. Tutte le armi e armature per la Rocca furono eseguite nel 1884 dalla Fonderia dell’Arsenale su ordine del Ministero della Guerra, che ne fu espositore e che, a conclusione dell’Esposizione, le donò alla Città.

Falcione

 

Regia Fonderia di Torino

1883

Acciaio, legno verniciato, ottone

cm 255.5x34

inventario C357

 

Il falcione è un’arma di origine contadina, derivata dall’innesto su un’asta della lama dell’aratro. Entrò nell’uso militare dal XIII secolo per giungere, nel XVI, ad assumere ruolo di arma di parata, arricchendosi di decorazioni.

Spadone a due mani

 

Regia Fonderia di Torino

1883

Acciaio, legno verniciato, corda

cm 176.5x27

Inventario C359

 

Spada lunga e pesante con lama a due tagli, da impugnare con entrambe le mani per vibrare colpi in ogni direzione. Questo tipo d’arma è maneggiato da soldati scelti, di alta statura, che in combattimento avanzano davanti alla fanteria con il compito di scompaginare le picche degli avversari. Riproduce uno spadone di manifattura tedesca del 1520-30, del Museo Nazionale di Artiglieria di Torino.

Letto

 

1884

Legno, paglia, tessuto di lana

cm 97x334x219

inventario C418

 

I soldati di guardia al castello hanno giacigli spartani: sono assiti sollevati su cavalletti, con assi di sponda per trattenere la paglia che funge da imbottitura e riscalda. Gli uomini dormono affiancati, in tre, quattro per letto. Per ripararsi dal freddo hanno coperte in lana grezza o a righe colorate.

 



Antisala Baronale

 

E’ il luogo di attesa per quanti devono avere udienza nella sala del trono. Le pareti sono dipinte ad imitare una tappezzeria in tessuto, su due lati corrono panche dall’alto dossale in noce intagliato, copiate da mobili quattrocenteschi del castello di Issogne. La porta di entrata è munita di bussola in legno, intagliata a pergamene e intrecci di archi gotici; il camino porta lo stemma degli Challant, come nel castello di Fénis. Anche il soffitto ha modello valdostano ed è scompartito in fitti riquadri ornati al centro da una stella. La sala, come anche quella del trono e la camera da letto, fu gravemente danneggiata durante un bombardamento nel 1943: tutti gli arredi fissi e mobili e le decorazioni sono stati rifatti nel dopoguerra riproducendo quelli originari.

 

Finta tappezzeria

 

Francesco Chiapasco

1950 circa

Tempera su intonaco

 

La decorazione dipinta riproduce teli di un ricco tessuto di seta operato, a fondo rosso e blu. Il disegno, che descrive lo sviluppo intrecciato di un ramo, con fiori di cardo o melagrane entro palmette lobate, è il tipico disegno dei velluti operati tardo medievali, comunemente detto “a griccia”. E’ copiata dalla tappezzeria dipinta nella sala del Re di Francia del castello di Issogne. La stesura sulle pareti dell’antisala, eseguita nel 1884 da Alessandro Vacca, andò persa nel crollo conseguente un bombardamento nel 1943: fu quindi ridipinta, con lo stesso modello, da Francesco Chiapasco, incaricato di tutti i rifacimenti pittorici.

Bussola

 

Ditta Lione, Torino

1951

Legno intagliato, ferro battuto

cm 337x163x39

inventario C604

 

La bussola è riproduzione fedele dell’originale del 1884, eseguito dai fratelli Bosco su modello di intagli valdostani, distrutto dalla caduta di spezzoni incendiari sulla Rocca nell’estate del 1943. La bussola era arredo frequente dei castelli medioevali, collocata in corrispondenza delle porte esterne per evitare la dispersione del calore dalle stanze riscaldate dai camini e dai bracieri.

Lumiera

 

Giuseppe Guaita

1883

Ferro battuto e verniciato

cm 130x110

Inventario C277

 

Le lumiere pendenti dal soffitto, portanti candele o lumi ad olio, sono arredi diffusi nelle dimore signorili della fine del XV secolo. Questa ha tre bracci che riproducono draghi ispirati a miniature medievali. Fu realizzata da Giuseppe Guaita, fabbro originario di Trino Vercellese, che per numerosi anni condusse la Bottega del Ferro al Borgo Medievale, sita al piano terra dell’Ospizio dei Pellegrini.

Tavolo a cavalletti

 

Ditta Curti

1951

Legno intagliato

cm 84x165.5x98

inventario C411

 

Il piano rettangolare poggia su due cavalletti intagliati, con pilastrini architettonici sul fronte e un raffinato gioco di rosoni a traforo sul fianco. Riproduce il tavolo eseguito da Carlo Arboletti per il marchese Fernando Scarampi di Villanova, esposto nel 1884 nella camera da letto, a sua volta copia di un originale quattrocentesco conservato nel castello di Issogne. Questo modello di tavolo ebbe grande successo: Carlo Arboletti ne eseguì varie copie su commissione (per lo stesso castello di Issogne, per i castelli di Camino e di Gabiano, per la Villa Reale di Gressoney), tra le quali anche quella che rimase nella Rocca dopo la restituzione del prototipo al marchese Scarampi.



 

Atrio

 

Stanza di ingresso nella rocca, l’atrio ha accesso difeso da un pesante portone in legno rivestito all’esterno di ferro e da una saracinesca azionata da un argano al piano superiore. E’ controllato dai soldati nel camerone degli uomini d’arme attraverso due feritoie nella parete di fondo, e dai guardiani nella stanza soprastante tramite una botola aperta sulla volta. Un portale di legno fortificato da chiodi, amplificato in maestà da una ampia strombatura in pietra ad arco acuto, conduce alla corte interna: è copiato dal castello di Verres, come le feritoie sul fondo della stanza.

 

Spingarda

 

Regia Fonderia di Torino

1883

Bronzo, ferro, ottone a fusione, legno

cm 70x89x162x8

inventario C360.

 

La spingarda è uno dei primi pezzi di artiglieria funzionanti a polvere da sparo. Ha canna corta, che ne facilita la manovra, e piccolo calibro; per sparare, deve essere appoggiata su cavalletti bloccati posteriormente. Alla fine del XV secolo le armi da fuoco, dapprima poco efficaci e sicure, raggiungono un alto livello tecnologico che permette loro di eccellere nei combattimenti del secolo seguente. Le spingarde nella rocca riproducono un originale del XV secolo proveniente da Vercelli che, nel 1883, era collocato nel cortile dell’Arsenale militare di Torino.

Furono realizzate su commissione del Ministero della Guerra, espositore all’Esposizione Generale Italiana del 1884.

Madonna con bambino

 

Giuseppe Rollini

1884

Affresco con ridipinture a tempera

 

La Madonna che allatta accoglie chi entra nel castello. L’immagine è copia di un affresco del secondo decennio del XV secolo nell’anticamera baronale del castello di La Manta, presso Saluzzo. La cornice a stelle è mutuata da un’altra immagine sacra dello stesso castello, la Crocifissione e Santi, dipinti in una nicchia della sala baronale.



 

Cortile

 

La corte interna della rocca riproduce quella del castello di Fénis. Ha pianta trapezoidale, dominata da una ripida gradinata in pietra a scalini semicircolari. Su di essa si affacciano i ballatoi del primo e secondo piano, dalle balaustre in legno e dalle pareti affrescate. Soltanto la parete di controfacciata differisce dal modello: è decorata da stemmi dipinti, rappresentanti le principali famiglie signorili del Piemonte quattrocentesco: Savoia, Challant, Saluzzo Manta, Monferrato, San Martino. La corte è il vero fulcro del castello, su cui si aprono tutti gli ambienti di ricevimento o privati; dalle scale laterali si scende alle carceri.

 

I filosofi dell'antichità

 

Francesco Chiapasco

1950 circa

Tempera su intonaco

 

La serie di venticinque personaggi raffigura filosofi e uomini saggi dell’antichità, tra cui Aristotele, Boezio, Anselmo, Platone, Salomone. Ognuno di essi porta scritto su un cartiglio un proverbio o una sentenza morale in francese antico. Riproducono i filosofi dipinti nel cortile del castello di Fénis per mano di collaboratori di Giacomo Jaquerio, intorno al 1415-1420. Le quartine attribuite ai diversi personaggi non sono estratte da loro opere, ma provengono da raccolte di sentenze e proverbi che si conservano in numerosi esemplari manoscritti del XIV – XV secolo nelle biblioteche di Francia. Nel 1884, Giuseppe Rollini eseguì l’affresco nella Rocca, che fu danneggiato durante la II guerra mondiale e quindi ridipinto.

San Giorgio e il drago

 

Francesco Chiapasco

1950 circa

Pittura a secco su intonaco

 

La Legenda Aurea scritta da Jacopo da Varagine, vescovo di Genova, nella seconda metà del XIII secolo narra che San Giorgio, soldato romano, salvò la principessa Silene dal sacrificio al drago cui era destinata. Nella cultura cavalleresca, egli divenne simbolo della lotta del bene contro il male, del Cristianesimo contro gli Infedeli. Il dipinto sulla scalinata riproduce la scena dipinta nella stessa posizione nel cortile del castello di Fénis da artisti di formazione jaqueriana, intorno al 1415-1420. Nel 1884 la copia nella Rocca fu dipinta ad affresco da Giuseppe Rollini, incaricato con Alessandro Vacca di tutta la decorazione pittorica del Borgo, ma dovette essere rifatta a seguito dei danni bellici subiti dal castello.



Stanza del guardiano

 

E’ luogo di controllo e difesa: si trova al di sopra dell’atrio, l’unica entrata nel castello. Di qui il guardiano abbassa la saracinesca metallica a difesa del portone tramite un argano. In caso di attacco, le caditoie soprastanti l’ingresso permettono ai difensori di colpire gli assedianti che cerchino di sfondare il portone; una botola aperta nel pavimento offre un ulteriore possibilità di offesa contro chi fosse riuscito a penetrare nel castello. Priva di arredi se non di pochi sedili, ha dipinti alle pareti alberi con scudi gentilizi posti dietro a una viminata: il modello per tale decorazione fu copiato al castello della Manta (Saluzzo), dove venne in seguito scialbato.

 


 

Carceri

 

Si accede alle carceri da un corridoio stretto e umido, rischiarato solo da qualche candela. Le celle sono chiuse da una doppia porta, con infissi ispirati a quelli delle prigioni dei castelli di Issogne e di Cremolino (Alessandria); anche le feritoie che danno la poca luce hanno doppia inferriata. I prigionieri sono incatenati o bloccati da ceppi. In una delle celle una botola si spalanca su una secreta, una fossa oscura in cui il prigioniero viene calato con una corda azionata tramite una carrucola. Secrete di questo tipo si trovano nel castello di Verres, in Valle d’Aosta.


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